Attualità

Disputa sulla paternita` delle olive taggiasche


In questi giorni l’amministrazione comunale di Seborga ha approvato il regolamento per l’assegnazione della Denominazione Comunale d’Origine (De.Co.) all’oliva taggiasca coltivata in loco. 
La rivendicazione sta suscitando una disputa sulla paternità del prodotto agricolo, simbolo nel mondo della cucina mediterranea, con il comune di Taggia che di certo non ha digerito l’iniziativa. 
Portavoce in difesa della paternità seborghina dell’oliva in questione è il nostro vice Sindaco e fautore di questa iniziativa, Flavio Gorni, che da un po’ di giorni si prodiga a rispondere alle obiezioni sollevate da Taggia per mezzo di interviste rilasciate alla stampa interessata al caso. 
La domanda, che a questo punto tutti si chiedono, è la seguente: Taggia o Seborga? 
In quale dei due territori comunali fu per prima seminata questa pianta d’olivo destinata a produrre le olive taggiasche, rese famose dal caratteristico color nero- violaceo e considerate in grado di dare, una volta spremute, uno dei migliori olii di tutto il bacino del Mediterraneo? 
Spiega Flavio Gorni:“ Abbiamo intrapreso questa strada, cioè quella del conferimento della De.CO, per valorizzare le attività agroalimentari tradizionali seborghine, inclusa l’oliva taggiasca. 
Furono i monaci provenienti dall’isola francese di Sant’Onorato, nell’arcipelago delle Lerins di fronte a Cannes, insediatisi da queste parti, per volere dei Conti di Ventimiglia, attorno al 954 dopo Cristo a portare con se ed a piantare i semi delle prime piante d’olivo di varietà taggiasca. 
Successivamente essendosi diffusa la relativa coltivazione soprattutto attorno alla cittadina alle porte orientali di Sanremo, essa prese il nome che tuttora porta”. 
Nella vicina città di Taggia, ovviamente non sono d’accordo con questa tesi, sottolineando invece come questa pregiata e particolare specie d’oliva prenda il nome di “taggiasca” proprio perché per la prima volta venne coltivata nel capoluogo della Valle Argentina. 
Secondo invece il vice Sindaco di Seborga, furono i monaci provenienti dall’isola francese di Sant’Onorato, nell’arcipelago delle Lerins di fronte a Cannes, insediatisi da queste parti, per volere dei Conti di Ventimiglia, attorno al 954 dopo Cristo, a portare con se ed a piantare i semi delle prime piante d’olivo di varietà taggiasca. 
Successivamente essendosi diffusa la relativa coltivazione soprattutto attorno alla cittadina alle porte orientali di Sanremo, essa prese il nome che tuttora porta. 
A Taggia, invece, si racconta che furono i monaci benedettini provenienti dalla famosa abbazia di Pedona ad impiantare i primi oliveti di “ taggiasca” in bassa Valle Argentina al fine di risollevare economicamente le sorti di quelle comunità duramente provate da decenni di scorrerie saracene e longobarde. 
A Taggia essi fondarono il cenobio di Santa Maria del Canneto. 
Ciò avvenne alla fine del settimo secolo D.C., cioè duecento anni prima della donazione del territorio di Seborga ai monaci di Lerins. 
Stefano Roggeri, studente del Liceo Scientifico Cassini di Sanremo e appassionato di storia, esprimendo un suo parere riguardo al dibattito sull’origine dell’oliva taggiasca tra Taggia e Seborga è dell’avviso che il monastero dei Benedettini di Taggia fu antecedente al 954 (data posta dal vice Sindaco di Seborga) così come l’oliva da essi coltivata sul territorio di Taggia e Villaregia. “Apprezzo la passione e la conoscenza di Stefano Roggeri, un ragazzo veramente meritevole, riguardo al dibattito sull’origine dell’oliva taggiasca tra Taggia e Seborga – risponde Flavio Gorni in un articolo pubblicato di recente su Riviera24.it – tuttavia i Documenti cartacei di Seborga, sulla coltura dell’olivo, risalgono al 954, mentre i documenti menzionati da Stefano, oltre ad essere datati 979, potrebbero non descrivere le coltivazioni di olive, bensì semplicemente una richiesta di poter usufruire delle terre che erano state dei Benedettini. 
La storia dei monaci Benedettini nel nostro ponente, il cui motto era ‘Ora et Labora’ (prega e lavora), per l’importanza che i Benedettini danno, oltre che alla vita contemplativa, anche al lavoro manuale, iniziò nel 700 dall’isola di Lerins, in cui vi fu introdotta la Regola Benedettina; vi si contavano allora più di 3000 monaci.  
Nel 732 l’isola fu saccheggiata dai Saraceni, e l’abate con molti monaci fu ucciso. Dal 900, Lérins acquistò molti possessi sulla costa e nell’interno della Francia, compreso il Principato di Seborga di cui faceva parte la zona adiacente alla Chiesa di San Michele in Ventimiglia; possedette il diritto d’immunità e costituì un suo proprio territorio. 
Da quel periodo iniziarono le coltivazioni, per espandersi in tutto il ponente ligure. Difficile stabilire con esattezza, se furono i primi a coltivare l’olivo divenuto taggiasco, i monaci del Principato o i monaci che si stabilirono nel monastero di Taggia, ma la tradizione, la capacità di espansione, era sicuramente a vantaggio dei monaci di Lerins e del Principato di Seborga, in quanto, in quel periodo, avevano già portato la loro esperienza nella costa francese, per poi diffondere la coltivazione dell’olivo nelle campagne (grange) sino a spostarsi per insediare nei fondovalle, costruendo i primi frantoi ad acqua, grazie alla notevole presenza di rii e torrenti. 
Inoltre, il monastero dei Benedettini di Taggia (mentre Seborga era un Abbazia, monastero autonomo), ha origini incerte, e potrebbe aver preso l’avvio dall’esperienza di anacoreti legati al monastero di Lerino e Seborga. 
Di fatto, l’impronta maggiore sul territorio, sulla coltivazione in grangie, è stata data dai monaci Benedettini dell’Isola di Lerins, che, nel periodo dal 954 al 1800 – conclude Flavio Gorni – hanno vissuto nel Principato di Seborga”. 
Come andrà a finire questa vicenda? Ancora non si sà, ma di sicuro dell’oliva taggiasca se ne sta parlando parecchio e – polemiche a parte – in fin dei conti tutto questo chiacchierare non fa altro che promuovere queste benedette olive e il suo olio!

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