Arte & Cultura

I “lamenti” dei monaci nei confronti degli abitanti di Seborga nel 1640

Pubblichiamo qui di seguito alcune notizie storiche, raccolte da Flavio Gorni, sui costi e le coltivazioni di Seborga in un rapporto del Podestà del Principato di Seborga nel 1640.

7348_10207695513258377_7296357739734813064_nPurtroppo in quel periodo Seborga rimaneva per la maggior parte incolta per difetto di braccia, per coltivarla a cereali, ed anche per la miseria e lo scoraggiamento dei suoi abitatori che da molti anni erano divenuti così infingardi ed inoperosi che invece di applicarsi colla necessaria costanza a dissodare e coltivare le loro terre, le abbandonavano incolte e preferivano emigrare un sei mesi dell’anno in altri paesi ove il guadagno fosse più facile e sicuro e quindi ritornavano a casa a consumare in gozzoviglie quanto aveva potuto avanzare lavorando all’estero.

Tali sono i lamenti che sulla condotta dei loro Vassalli si fanno dai monaci.
E difatti, così stando le cose, facilmente si capisce che non potessero farsi pagare le decime dovute.
Queste in quest’epoca consistevano per gli abitatori oriundi di Seborga nel tredicesimo dei raccolti, per quelli di Vallebona che possedevano terre a Seborga del noverino. Il diritto di macinato era del sedicesimo, quello del forno del 32, quello del torchio del 4.
I diritti di Laudemio per vendita o permuta erano del 8%. La popolazione divideva in 40 fuochi e si componeva di 190 individui, oltre le famiglie di Vallebona.

Il paese era circondato da mura, ma molte delle case erano pressoché inabitabili.
Un rapporto del Podestà del 1640 dice che la maggior parte di esse erano costrutte con fango al posto della calce. Il solo edificio che avesse apparenza signorile era il palazzo abbaziale ristrutturato pochi anni prima con una spesa di 3200 lire.
Era aggregato al palazzo un piccolo podere detto la Braia che dava il reddito di circa 200 lire.
Non lungi era la chiesa parrocchiale dedicata a S. Martino da poco costruita e la casa parrocchiale. La presso stavano il forno, il molino ad olio, il torchio per le uve (le famose uve di rossette bianco che ancora oggi noi abbiamo a Seborga e nell’isola di Saint Honorat). Fuori le mura erano il molino a grani di recente costruzione.